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lunedì 10 settembre 2012

Perchè a mio figlio serve uno psicologo?

“Non è mica matto! Sono cose da bambini! Niente di grave!”
Quante volte sento dire frasi del genere, così spesso dettate dalla paura di poter essere accusati di negligenza, giudicati cattivi genitori, svergognati per le proprie mancanze.
Il ‘dottore dei matti’ è un evergreen, sotto sotto lo pensa anche buona parte di chi ride di cotanta superficialità. Però poi le difficoltà le abbiamo tutti, ogni giorno, anche i più ‘non-matti’; ci confrontiamo con sentimenti di sconforto, preoccupazione, paura, rabbia e a volte non sappiamo gestirli.
E noi siamo adulti, immaginatevi i bambini, che come noi vivono questi sentimenti, ma che non sanno darsene una spiegazione razionale o una motivazione comprensibile. Si sentono smarriti, inchiodati ad una realtà che sfugge loro di mano; si sentono soli.
Perché non dare loro una possibilità di stare meglio?
Se tuo figlio, o tua figlia, ti preoccupa perché è ingestibile, ha difficoltà a dormire o a mangiare, ha ricominciato a fare pipì a letto o non ha mai smesso, trattiene la cacca e si sporca, ha paure che sono diventate difficili da affrontare, ha problemi scolastici, sta attraversando un momento particolare di crescita, è preoccupato o triste, ti sembra sofferente, è aggressivo, è vittima di bullismo, ha dolori fisici ma gli esami clinici sono tutti negativi, ti sembra diverso dagli altri, non rispetta le regole, è sempre distratto… non sottovalutare il suo disagio. Parlane con un esperto.
La psicologia aiuta le persone a stare meglio conoscendosi nel profondo, non fa magie e non risolve i problemi con arcani rituali; la psicologia è come una stampella per camminare quando abbiamo una gamba rotta, come gli occhiali correttivi quando siamo miopi, come un cappellino con visiera quando il sole è troppo forte.
E lo psicologo è proprio colui che non giudica, ma cerca di comprendere. È il suo mestiere.
Se hai anche solo il dubbio che qualcosa non vada, vai a fare una chiaccherata con uno psicologo, senza alcun impegno. Poi potrai valutare con più consapevolezza la situazione, potrai con più lucidità capire il disagio di tuo figlio, potrai decidere di farlo stare meglio.

mercoledì 25 aprile 2012

L'inizio della scuola materna

La frequenza di una scuola dell’infanzia non è più semplicemente un fatto di organizzazione il più possibile piacevole del tempo extrafamiliare dei bimbi. I bambini da tre a sei anni iniziano un vero e proprio percorso formativo, che implica da parte loro un impegno fino a quel momento non richiesto e una presenza più assidua. Con la scuola dell’ infanzia si apre un meraviglioso mondo di incontri, riunioni, confronti, feste, che non riguarda solo il bambino, ma anche e soprattutto i suoi educatori primari, i genitori.
Per chi ha già vissuto il momento del distacco con il nido il problema forse si pone in maniera minore, se non altro perché la mamma è già abituata a lasciare il proprio figlio con un’estranea (o comunque qualcuno che non siano i nonni o la babysitter, ma una struttura con più bambini e più educatrici).
Infatti, il momento del distacco spesso è qualcosa che devono superare per primi i genitori, per rassicurare il bambino ed evitare di trasmettergli la loro ansia.
Nei suoi primi anni di vita il bimbo ha già affrontato dei piccoli distacchi, ad esempio quando ha abbandonato la tetta o il biberon, quando è stato lasciato dai nonni o con la babysitter, o più semplicemente tutte le sere quando si addormenta (per un bambino dormire equivale a chiudere gli occhi sul mondo che gli è familiare, con l’incertezza di ritrovarlo sempre uguale al suo risveglio).
L’asilo rappresenta però il primo vero passo verso l’indipendenza dai genitori, si tratta di inserirsi in un ambiente nuovo, con figure di riferimento nuove e con regole e orari da rispettare. E il modo migliore perché il bambino si inserisca bene in questa nuova routine è prima di tutto quello di trasmettergli la propria fiducia e il proprio entusiasmo. I bambini sono come sonar, captano immediatamente se la mamma è ansiosa o triste e reagiscono di conseguenza spaventandosi: “La mamma non è tranquilla, quindi c’è qualcosa che non va”.
La vostra serenità è la loro serenità; scegliete la scuola materna che si confà maggiormente alle vostre esigenze e lasciate i vostri bambini a godersi questa nuova fase della loro vita.


mercoledì 18 aprile 2012

I sensi di colpa

Il senso di colpa è un pessimo compagno di viaggio; purtroppo è esperienza comune di ogni genitore conviverci. Il senso di colpa non dà tregua, non lascia riposare, prosciuga le energie, fa sentire inadeguati. Esso è una continua accusa, quasi una condanna.
Ed è un fardello che bisogna abbandonare il prima possibile.
Ciò non vuol dire che sui propri errori non si debba riflettere, perché capacitarsi e metabolizzare ciò che si è fatto è il primo passo per non sbagliare di nuovo. Ma è essenziale pensare che ogni genitore sbaglia, perché nessun bambino nasce con il manuale d’istruzioni; ogni mamma e ogni papà procede per tentativi ed errori, impara dall’esperienza e dalle riflessioni su di essa.
Le riflessioni e i pensieri devono però essere costruttivi e devono permettere di darsi dei nuovi obiettivi, di migliorare, di fare un passo avanti; il fardello del senso di colpa impedisce tutto ciò tenendoci inchiodati a ciò che è stato e non facendoci costruire nuove possibilità.


martedì 10 aprile 2012

Giochiamo nella stessa squadra

Quante volte le discussioni tra partner nascono da un diverso punto di vista sull'educazione dei figli?
E quante volte questo diventa una difficoltà aggiuntiva nel mantenere la coerenza con l'input dato?
La mediazione è una strada senza dubbio in salita, ma è la via che premia. Se i bambini, o i ragazzi, sentono che il parere dei loro genitori è unanime, ne percepiscono sicurezza e contenimento; non hanno margine di strategia che, anche se in prima battuta sembra agevolarli, a lungo andare li danneggia.
Trovare un punto di equilibrio tra opinioni diverse è molto faticoso, soprattutto quando si tratta di decisioni importanti e sentite come quelle che riguardano i propri figli. Ognuno è convinto della propria posizione e sente che nel mantenerla è in gioco il benessere di chi ama.
Ricordiamoci però che le decisioni prese hanno senso e valore solo se portate avanti con coerenza giorno dopo giorno; generano cambiamento solo se sono pensate ed elaborate; aiutano nella crescita solo se sono portate avanti con la serenità di aver fatto un tentativo sentito come possibilità di miglioramento.
Riuscire a scegliere una via comune tra i due genitori garantisce tutto questo, fa sentire i figli sostenuti, li rassicura perchè non li fa sentire adulti prima del tempo.
Provate a cercare una soluzione insieme, ad ogni problema; a volte uno di voi due dovrà cedere per lasciare spazio al tentativo dell'altro, altre volte troverete un compromesso.
Ma statene certi, ne beneficerete tutti.


sabato 7 aprile 2012

La fatica di dire di no

Una tappa fondamentale nello sviluppo di un bambino è la maturazione della capacità di dire di no: è una prima affermazione di sé ed è essenziale al piccolo per poter cominciare a scegliere i suoi stimoli preferiti.
Allora, se nel nostro sviluppo è così importante quest'acquisizione, perchè noi adulti facciamo così fatica a dire di no ai nostri figli?
Le scenate al supermercato per qualcosa che vogliono comprare, le urla al parco perchè non vogliono andare a casa, i pianti disperati per rimanere alzati a guardare la tv quando è ora di dormire... ci spaventano e ci inibiscono.
A volte pensiamo che pur di farli smettere accetteremmo qualsiasi cosa, altre volte che non ci sembra corretto frustrarli visto che la vita è già abbastanza dura di per sé.
Il nostro modo di reagire alle proteste di un bambino è spesso influenzato dai sentimenti che proviamo quando non possiamo avere quello che vogliamo, o quando dobbiamo affrontare la protesta, l’ira, la delusione o l’insistenza di un’altra persona. La maggior parte dei genitori sopporta a fatica l’insoddisfazione e il pianto del figlio: il pianto li fa soffrire e vogliono intervenire per placarlo, ma spesso non sanno come fare e aspettano che sia il bambino a comunicare loro in qualche modo la soluzione.
È in momenti come questi che i genitori devono prendere le distanze dal figlio, per poter distinguere i propri sentimenti e le proprie sensazioni dai suoi, devono pensare per conto proprio e non cercare la guida del bambino.
La frustrazione utilizzata in modica quantità ha un valore strutturante per il bambino sul piano mentale, il genitore che accontenta in tutto e per tutto il bambino, addirittura prevenendone i desideri e evitando qualsiasi frustrazione, corre il rischio di privarlo di un esperienza fondamentale. Il prevenire sempre i desideri del bambino finisce per essere infatti per lui un’esperienza che gli impedirà due cose: la mentalizzazione di un bisogno insoddisfatto che gli possa creare una certa dose di disagio e, secondariamente, la spinta all’utilizzo delle sue stesse risorse per uscire da questa esperienza di disagio. Sarà invece la scoperta delle sue stesse risorse che lo renderà sempre più sicuro. È evidente che non stiamo parlando del neonato che ha invece la necessità di un accudimento completo e totale, si parla al contrario del bambino che cresce nel tempo sperimentando la sua conoscenza dell’ambiente.