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martedì 16 ottobre 2012

Spazio Alle Mamme!

E' ONLINE IL NUOVO SITO!!!


Gruppi per mamme, dedicati al confronto e al reciproco aiuto in questa particolare avventura della vita, perchè è estremamente importante condividere le difficoltà e non essere sole!! Gruppo DI mamme, PER le mamme, CON le mamme.

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mercoledì 3 ottobre 2012

Riflessioni...

"Voglio anche sottolineare che, nonostante pareri contrari, occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona singola. Se il lavoro deve essere fatto bene e se si vuole che la persona che primariamente si occupa del bambino non sia troppo esausta, chi fornisce le cure deve a sua volta ricevere molta assistenza. Varie persone potranno fornire questo aiuto: in genere è l'altro genitore, in molte società, compresa la nostra, l'aiuto proviene da una nonna. Altri che possono essere coinvolti nell'assistenza sono le ragazze adolescenti e le giovani donne. Nella maggior parte delle società di tutto il mondo questi fatti sono dati per scontati e la società si è organizzata di conseguenza. Paradossalmente ci sono volute le società più ricche del mondo per ignorare questi fatti fondamentali. Le forze dell'uomo e della donna impegnati nella produzione dei beni materiali contano come attivo in tutti i nostri indici economici. Le forze dell'uomo e della donna dediti alla produzione, nella propria casa, di bambini sani, felici e fiduciosi in sé stessi, non contano affatto. Abbiamo creato un mondo a rovescio." [J. Bowlby]
 

domenica 15 luglio 2012

Io questo bambino non lo volevo

“Io questo bambino non lo volevo” non vuole dire che non lo amerò, che non saprò essere un bravo genitore, che non mi impegnerò con tutte le mie forze per dargli il meglio che mi sia possibile.
Ma non l’ho cercato, non l’ho aspettato, non l’ho desiderato con forza; è arrivato, si è materializzato nel pancione e io ora ci faccio i conti.
Forse è stata una leggerezza, forse è stata una coincidenza, forse in realtà qualcosa dentro di me un po’ lo invocava questo bambino, ma erano troppi i dubbi e le preoccupazioni.
In ogni caso ora c’è, è un piccolo esserino, dipende da me, non credo di essere pronta.
Sai se una donna ha tempo per pensarci, per organizzarsi, beh allora è un po’ più facile; si sente già l’istinto materno. Io invece non sarò in grado, non so ancora cosa voglio dalla vita, sono a stento capace di provvedere a me stessa!
E come sarà la vita di coppia poi? E il lavoro? E se non riuscirò a fare tutto?
Non sarò mai una brava mamma. Le brave mamme sono quelle dei telefilm americani, che vivono in funzione dei loro figli, preparando torte e dolcetti, con un’infinta pazienza; che non sono agitate perché in ufficio è un caos, che non si preoccupano di diventare grasse e non essere più attraenti, che hanno come unico scopo nella vita dedicarsi a quella schiera di marmocchi.
Beh, io non sarò così, non ce la farò mai ad essere così. Forse non sarò capace.
Ma io mio figlio imparerò ad amarlo, giorno per giorno, perché mi renderò conto che sarà un percorso naturale; imparerò a conoscerlo e a trovarlo irresistibile; scoprirò che le rinunce che dovrò fare saranno meno difficili del previsto, perché il suo bene verrà prima del mio.
Non importa se non lo volevo, non importa se ho pianto di disperazione quando ho saputo di essere incinta, non importa se non sarò la mamma perfetta: lui è mio figlio, il mio cuore batte dentro il suo petto. Ora lo so.




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lunedì 25 giugno 2012

Ma che cos'è l'autismo?!

Oggi care mamme sento il bisogno di fare chiarezza su un punto importante, che così spesso preoccupa i genitori dei piccoli e di cui si sente sempre più parlare ma in maniera poco comprensibile.
Il tema in questione è l’autismo, sindrome che si manifesta nei primissimi anni di vita e di cui hanno parlato, magari un po’ romanzando, molti film e diversi libri.
L’autismo è un disturbo dello sviluppo che colpisce circa 10 bambini su 10.000. La maggior parte delle diagnosi viene effettuata quando il bambino ha già più di quattro anni, ma è importante invece che possa essere stabilita prima così da poter iniziare precocemente programmi riabilitativi sfruttando la plasticità della mente dei piccolissimi. Il recupero a quel punto può essere davvero significativo.
I sintomi che i genitori più frequentemente mi riportano come segnali che li hanno insospettiti, ma a cui per mesi e mesi non hanno dato troppo peso sono:
- stranezze nella comunicazione (ad esempio il bambino ripete ossessivamente sempre lo stesso suono, o tarda significativamente a parlare, o comunica prevalentemente tramite suoni prodotti con la bocca e la lingua che non sono parole, dopo 15-18 mesi),
- mancanza di gioco simbolico (cioè il bambino è incapace di giocare a fare finta di telefonare, mangiare, cucinare, lavorare come il papà…),
- assenza di imitazione (il bambino non imita nessuna azione propostagli in forma di gioco),
- sguardo sfuggente (il bambino non guarda mai o quasi mai negli occhi l’interlocutore, mamme e papà compresi),
- manierismi nei movimenti di mani e dita (movimenti senza scopo, ripetuti continuamente e senza apparente senso),
- reazioni insolite a suoni o luci lampeggianti (fissazione sulle luci che necessita dell’interruzione da parte dell’adulto, estremo fastidio per suoni leggermente più forti del normale),
- strane posture assunte (che vi sembrano scomode e innaturali),
- scarsa o assente ricerca di contatto fisico,
- apparente disinteresse per numerose varietà di stimoli. 
Chiaramente questi sono alcuni indicatori che presi singolarmente non hanno nessun valore, ma che vi devono insospettire se si presentano in combinazione.
Se foste preoccupate mamme, nessun allarme: chiedete una visita in neuropsichiatria infantile e parlate loro dei vostri dubbi. Meglio fugarli con un percorso di valutazione che tenerli per sé.
Anche perché per il vostro bimbo sarà un gioco divertente affrontare le prove che gli verranno proposte.



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lunedì 18 giugno 2012

Vivere i distacchi

La vita di ognuno di noi prevede che prima o poi si debbano affrontare distacchi e separazioni.
Il primo grande distacco è quello che il bambino e la sua mamma vivono all’atto della nascita: non sono più una cosa sola, un corpo solo, ma diventano improvvisamente due persone separate. Il dolore fisico del parto porta con sé anche il dolore emotivo dell’allontanarsi.
I nove lunghi mesi che precedono questo evento servono al pensiero delle mamme per prepararsi a stringere tra le braccia qualcuno che è cresciuto dentro di loro, grazie a loro e che le ha accompagnate ovunque.
Quando il proprio figlio nasce la gioia si accompagna alla malinconia: quel cucciolino che prima era solo nostro ora è di tutti e soprattutto di sé stesso; quanta fatica allontanarsi, quanta solitudine quando si resta sole.
Mamme, imparare a vivere i distacchi è importante, perché essi sono momenti di crescita sia per i piccoli che per voi. Solo allontanandosi si può capire che si sta bene insieme.
Il parto è il primo di questi momenti, ma ce ne sono sempre di nuovi dopo di esso: la fine dell’allattamento permette ai bambini di provare nuove sensazioni apprendendo nuove autonomie e permette a voi maggiore libertà di movimento, anche se vi mancherà quel contatto così intimo.
L’inizio del nido, o della scuola materna, permette ai piccoli di stare con i loro coetanei e costruire le prime amicizie e permette a voi di occuparvi con più serenità di tutto ciò che avevate dovuto accantonare per un po’, anche se vi sembra di sentire il vostro bimbo così lontano per tutta la giornata.
Insomma, gli allontanamenti e i distacchi sono fisiologici e salutari, per questo più sono vissuti con serenità meno saranno dolorosi. Ogni momento di passaggio chiude sì una fase di vita che sicuramente vi mancherà, ma apre a nuove emozioni ed esperienze e rafforza il rapporto che avete con il vostro bimbo.
Pensate a questo: per guardarsi negli occhi non si può essere la stessa persona, per mandarsi un bacio che vola non si può essere abbracciati, per corrersi incontro non si può essere già vicini, per sentire la mancanza dell’altro non si può essere nello stesso luogo.
 
 

lunedì 11 giugno 2012

Buonanotte, bebè!

Perché è così difficile il momento dell’addormentamento dei bebè per così tanti genitori?
Quante volte si sente dire “ah il mio bambino non si addormenta se non è attaccato al seno” oppure “ah non c’è verso di farlo addormentare nella culla, solo in braccio” e altri frasi simili che sicuramente in questo momento vi vengono in mente.
Per un bambino, soprattutto un neonato, lasciarsi andare al sonno è un lancio di dadi: non sa se quando si sveglierà tutto sarà ancora al suo posto, perché non ha ancora imparato che le persone esistono anche quando lui ha gli occhi chiusi e non le vede. Quindi il momento dell’addormentamento è sicuramente delicato e un po’ ansiogeno per il piccolo, ma non lo deve diventare anche per i suoi genitori se no è un po’ come passargli il messaggio “si fai bene a preoccuparti, lo sono anche io”.
La serenità di chi lo accompagna alla nanna e lo mette nel lettino è in assoluto l’unica cosa veramente necessaria al bambino per rilassarsi. Tutto il resto sono coccole che lo gratificano e sicuramente lo fanno stare bene, ma diventano un’arma a doppio taglio se la convinzione che le genera è che esse siano indispensabili allo scopo.
Mamme, papà, instaurate piuttosto una routine positiva per il bimbo che deve andare a dormire la sera: sempre alla stessa ora annunciategli che è ora di fare la nanna, coccolatelo, adagiatelo nella culla o nel lettino, fategli una carezza o cantategli una canzoncina, ma poi salutatelo e allontanatevi.
Siate sereni nel farlo perché è la cosa più importante.
E se il bimbo piange? Allora tornate da lui e ripetete la routine, ma non pensate che abbia bisogno di altro se sapete che ha il pancino pieno e il pannolino pulito. Rassicuratelo della vostra presenza, dategli un bacio e poi allontanatevi.
Il piccolo imparerà che il suo lettino è fonte di rilassamento e non di angoscia, che ci si può riposare tranquilli e non avere paura di trovarvici a tradimento dopo essersi addormentati tra le braccia di mamma o papà.
E voi genitori godetevi lo spazio lasciato dalla nanna del vostro bebè per ritrovarvi e tornare, anche solo per qualche ora, alla spensierata vita di coppia.
 
 

domenica 3 giugno 2012

Buonanotte, mamme!

Il tempo della nanna, così essenziale per il benessere del bambino e dei suoi genitori, è spesso fonte di preoccupazioni e ansie. Le neo mamme, quando descrivono i loro neonati, uno dei primi riferimenti che fanno è al sonno: quanto dorme il piccolo la notte e quanto le lascia dormire.
Perché non dormire di notte, per noi adulti, è faticosissimo e quando succede per più giorni diventa davvero un problema. Durante il giorno ci si sente a pezzi, i pensieri non sono lucidi, i nervi sono a fior di pelle e ogni difficoltà sembra una montagna da scalare.
Inoltre la notte, quando i bimbi si svegliano, il tempo sembra non passare mai: si è sole di notte, mentre il proprio compagno dorme perché il giorno dopo lavora; si è sole con i propri pensieri, con la propria fatica, con quel bebè che strilla e che non trova pace. Non si può chiamare nessuno al telefono per due chiacchiere confortanti, non c’è nessuna compagnia nei programmi televisivi, nessun rumore a fare da sottofondo. Ci si preoccupa anzi di svegliare il marito, gli altri figli, i vicini di casa.
La notte è un momento delicato e i pensieri negativi si fanno avanti più facilmente.
Mamme, trovate qualcosa che la notte, quando il bebè piange o proprio non vuole tornare a dormire, possa farvi sentire meno sole: mettete un po’ di musica di sottofondo, mettete un dvd comico nel lettore e lasciate che le immagini vi strappino qua e là un sorriso, accendete il computer e aprite la pagina internet del gossip o della moda così che vi distragga quando le date un’occhiata.
Insomma, non lasciate che l’ansia e i cattivi pensieri vi sovrastino; pensate che state facendo una grande fatica ma che la notte poi finisce e domani tutto andrà meglio.
Più riuscite a stare tranquille più quella tranquillità passerà al vostro bambino.
E la cosa davvero importante è che il giorno successivo voi recuperiate energie, che vi riposiate quando il piccolo dorme: le incombenze domestiche possono aspettare!



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lunedì 14 maggio 2012

L'incontro

La nascita di un bambino è fondamentalmente un incontro: per la prima volta la mamma abbraccia il suo piccolo e il bimbo riconosce la sua mamma.
Dal concepimento sono ormai passati mesi, durante i quali, piano piano, nella testa della mamma si è formata l’immagine di suo figlio: lei si guarda il pancione e vede già il bimbo, ne delinea i tratti del viso, ne intravede la forma delle mani, disegna i suoi piedini.
L’attesa è il periodo dell’immaginario; il bambino che cresce dentro la pancia della mamma si sviluppa piano piano anche dentro la sua testa.
Quando viene il momento del parto, però, la realtà entra prepotentemente in scena: il dolore accompagna il passaggio alla vita e, in qualche modo, è già uno shock. Ed è qui che avviene il primo vero incontro, spesso difficile.
La mamma, finalmente, si trova tra le braccia il piccolo tanto aspettato e non lo riconosce: le sembra brutto, spesso, e il suo visino corrugato non esprime propriamente la gioia di essere venuto al mondo. Ma è fondamentale pensare che la nascita, per un bimbo, è un avvenimento traumatico perché lo catapulta in un mondo di bisogni che fino a quel momento non ha mai percepito. È quindi normale che egli, anche nell’aspetto, dimostri tutta la fatica di un passaggio epocale.
Per la mamma la fatica dell’incontro con il bambino reale, che è inevitabilmente diverso da quello immaginato, arriva al rientro a casa, quando si trova a tu per tu con il nuovo esserino che le sconvolge i ritmi e i pensieri.
La maggior difficoltà sta nella pazienza di conoscersi passo dopo passo, di imparare ad amarsi e a capirsi. Un neonato è dispotico ed egoista, chiede il totale asservimento a sé e la mamma si trova a non capacitarsi di come le sue fantasie potessero essere tanto rosee e lontane dalla concreta realtà.
Ma non spaventatevi mamme, sono solo le prime settimane, dovete darvi il tempo di abituarvi a questa nuova fase di vita; vi renderete conto giorno per giorno che affinerete la sensibilità ai bisogni del vostro bimbo, che lo capirete sempre più e sempre meglio, che smetterete di sentirvi una cattiva mamma perché non riuscite a interpretare il pianto, disperato, del vostro piccolo.
Dovete avere tanta pazienza, quella che vi si è allenata nei nove mesi di attesa; dovete darvi il tempo di innamorarvi del vostro piccolo e di sentire il suo totale e devoto amore per voi.
 
 

domenica 22 aprile 2012

I DSA

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento, o DSA, sono condizioni di difficoltà scolastiche che possono essere diagnosticate da un esperto. Si manifestano in diverse categorie e ognuna di esse rende particolarmente difficile al bambino il raggiungimento di alcuni obiettivi scolastici.
I principali DSA sono:
Dislessia, difficoltà a leggere e scrivere, cioè a decifrare i segni grafici.
Disgrafia, grafia quasi illeggibile ed estrema lentezza nello scrivere.
Disortografia, impossibilità di distinguere gli elementi grammaticali più complessi come le consonanti doppie, gli accenti, le desinenze…
Discalculia, importante difficoltà nell’eseguire calcoli matematici senza l’utilizzo della calcolatrice.
Il bambino che presenti uno o più DSA ha diritto, secondo la legge italiana, all’ausilio di strumenti “compensativi e dispensativi”, cioè ha diritto alla messa in atto nei suoi confronti di una serie di facilitazioni da parte della scuola che possono concretizzarsi, per esempio, nella concessione dell’uso della calcolatrice, della scrittura con il computer, dell’uso di programmi specifici per le regole grammaticali.
Il problema principale, che spesso si presenta, è che i bambini vengono considerati “svogliati” o “pigri” o “capricciosi” e si attribuisce ad un cattivo comportamento la difficoltà manifestata. Questo provoca ulteriore fatica per il bambino che si sente incompreso e vessato.
L’intervento di una psicologa può risolvere il problema: con test e colloqui specifici e mirati si possono diagnosticare in tempi brevi (5/6 incontri) i DSA ed elaborare strategie di aiuto.



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mercoledì 18 aprile 2012

I sensi di colpa

Il senso di colpa è un pessimo compagno di viaggio; purtroppo è esperienza comune di ogni genitore conviverci. Il senso di colpa non dà tregua, non lascia riposare, prosciuga le energie, fa sentire inadeguati. Esso è una continua accusa, quasi una condanna.
Ed è un fardello che bisogna abbandonare il prima possibile.
Ciò non vuol dire che sui propri errori non si debba riflettere, perché capacitarsi e metabolizzare ciò che si è fatto è il primo passo per non sbagliare di nuovo. Ma è essenziale pensare che ogni genitore sbaglia, perché nessun bambino nasce con il manuale d’istruzioni; ogni mamma e ogni papà procede per tentativi ed errori, impara dall’esperienza e dalle riflessioni su di essa.
Le riflessioni e i pensieri devono però essere costruttivi e devono permettere di darsi dei nuovi obiettivi, di migliorare, di fare un passo avanti; il fardello del senso di colpa impedisce tutto ciò tenendoci inchiodati a ciò che è stato e non facendoci costruire nuove possibilità.


martedì 10 aprile 2012

Giochiamo nella stessa squadra

Quante volte le discussioni tra partner nascono da un diverso punto di vista sull'educazione dei figli?
E quante volte questo diventa una difficoltà aggiuntiva nel mantenere la coerenza con l'input dato?
La mediazione è una strada senza dubbio in salita, ma è la via che premia. Se i bambini, o i ragazzi, sentono che il parere dei loro genitori è unanime, ne percepiscono sicurezza e contenimento; non hanno margine di strategia che, anche se in prima battuta sembra agevolarli, a lungo andare li danneggia.
Trovare un punto di equilibrio tra opinioni diverse è molto faticoso, soprattutto quando si tratta di decisioni importanti e sentite come quelle che riguardano i propri figli. Ognuno è convinto della propria posizione e sente che nel mantenerla è in gioco il benessere di chi ama.
Ricordiamoci però che le decisioni prese hanno senso e valore solo se portate avanti con coerenza giorno dopo giorno; generano cambiamento solo se sono pensate ed elaborate; aiutano nella crescita solo se sono portate avanti con la serenità di aver fatto un tentativo sentito come possibilità di miglioramento.
Riuscire a scegliere una via comune tra i due genitori garantisce tutto questo, fa sentire i figli sostenuti, li rassicura perchè non li fa sentire adulti prima del tempo.
Provate a cercare una soluzione insieme, ad ogni problema; a volte uno di voi due dovrà cedere per lasciare spazio al tentativo dell'altro, altre volte troverete un compromesso.
Ma statene certi, ne beneficerete tutti.


lunedì 9 aprile 2012

Quando si diventa papà

I nove mesi di gravidanza servono per far nascere un bambino ma servono anche ai genitori, soprattutto ai papà, per capire quale sarà il loro ruolo futuro e prepararsi adeguatamente. In questo percorso di formazione le mamme sono sicuramente avvantaggiate dalla natura che dà loro, fin dai primi momenti dopo il concepimento, forti sensazioni fisiche, unite a piccoli e grandi cambiamenti di stato d’animo che consentono una quasi naturale comprensione di che cosa stia loro succedendo e che cosa saranno chiamate a fare.
I papà invece, dal punto di vista fisico, non "sentono" nulla. Tutto quello che succede lo possono intuire dai cambiamenti della loro partner, lo possono immaginare nella loro mente, lo possono elaborare grazie allo scambio emotivo con la futura mamma.
Il ruolo del papà, quindi, nel primo periodo dopo il concepimento è frutto di una costruzione mentale e può essere la somma dell’appagamento delle aspettative di uomo, della realizzazione di un progetto e di un sogno costruito con la propria partner, della consapevolezza di acquisire uno status sociale di maggiore responsabilità e autorevolezza. Proprio per questa complessità di fattori è possibile che ci siano papà molto lenti ad entrare nello stato d’animo necessario ad accogliere un bimbo.
Proprio come i neonati si devono adattare ai vari aspetti del mondo esterno, in primis ai loro genitori, anche questi ultimi dovranno adattarsi al bambino appena arrivato. Nella maggior parte dei casi, è un momento di grande felicità; ciononostante, molte coppie possono sperimentare stress di vario genere, in modo particolare con il primogenito.
In tutto questo panorama gli uomini diventano padri in un senso biologico, ma non sempre eseguono quegli aggiustamenti psicologici e comportamentali necessari ad assumere pienamente il loro ruolo. L’essere padre comporta una serie di responsabilità diverse da quelle del marito e richiede degli impegni ulteriori. Questo cambiamento ha degli effetti sulle priorità, le scelte e il comportamento nella vita quotidiana. È un processo che richiede del tempo. Essere padre è un ruolo che gli uomini maturano crescendo. La transizione verso la paternità è un momento di grande svolta nella vita di un uomo. Se l’uomo è disposto ad entrare in questo rapporto con i figli, diventa uno dei cambiamenti più grandi nella sua vita e nel suo sviluppo come persona.


sabato 7 aprile 2012

La fatica di dire di no

Una tappa fondamentale nello sviluppo di un bambino è la maturazione della capacità di dire di no: è una prima affermazione di sé ed è essenziale al piccolo per poter cominciare a scegliere i suoi stimoli preferiti.
Allora, se nel nostro sviluppo è così importante quest'acquisizione, perchè noi adulti facciamo così fatica a dire di no ai nostri figli?
Le scenate al supermercato per qualcosa che vogliono comprare, le urla al parco perchè non vogliono andare a casa, i pianti disperati per rimanere alzati a guardare la tv quando è ora di dormire... ci spaventano e ci inibiscono.
A volte pensiamo che pur di farli smettere accetteremmo qualsiasi cosa, altre volte che non ci sembra corretto frustrarli visto che la vita è già abbastanza dura di per sé.
Il nostro modo di reagire alle proteste di un bambino è spesso influenzato dai sentimenti che proviamo quando non possiamo avere quello che vogliamo, o quando dobbiamo affrontare la protesta, l’ira, la delusione o l’insistenza di un’altra persona. La maggior parte dei genitori sopporta a fatica l’insoddisfazione e il pianto del figlio: il pianto li fa soffrire e vogliono intervenire per placarlo, ma spesso non sanno come fare e aspettano che sia il bambino a comunicare loro in qualche modo la soluzione.
È in momenti come questi che i genitori devono prendere le distanze dal figlio, per poter distinguere i propri sentimenti e le proprie sensazioni dai suoi, devono pensare per conto proprio e non cercare la guida del bambino.
La frustrazione utilizzata in modica quantità ha un valore strutturante per il bambino sul piano mentale, il genitore che accontenta in tutto e per tutto il bambino, addirittura prevenendone i desideri e evitando qualsiasi frustrazione, corre il rischio di privarlo di un esperienza fondamentale. Il prevenire sempre i desideri del bambino finisce per essere infatti per lui un’esperienza che gli impedirà due cose: la mentalizzazione di un bisogno insoddisfatto che gli possa creare una certa dose di disagio e, secondariamente, la spinta all’utilizzo delle sue stesse risorse per uscire da questa esperienza di disagio. Sarà invece la scoperta delle sue stesse risorse che lo renderà sempre più sicuro. È evidente che non stiamo parlando del neonato che ha invece la necessità di un accudimento completo e totale, si parla al contrario del bambino che cresce nel tempo sperimentando la sua conoscenza dell’ambiente.