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mercoledì 10 ottobre 2012

Dire, fare, baciare, lettera, testamento.

Ci giocano i bambini da chissà quanto tempo, giochiamoci anche noi!
Dire: i bambini hanno delle antenne meravigliosamente sensibili, colgono tutto, soprattutto quello che non viene detto, i segreti, quelli che turbano la mamma, il papà o l’intera famiglia. E se non se ne sentono dare una spiegazione possono averne paura, perché si fanno delle fantasie con ciò che hanno a disposizione. Impariamo a poter dire ai nostri figli, piano piano, con molto tatto, anche quando le cose non vanno bene, rispondendo alle loro domande, non eludendole.
Fare: ai bambini oggi sono offerte mille e una possibilità di fare e a volte i genitori si sentono in difficoltà se rinunciano a qualcosa. Ci sono corsi di nuoto, danza, calcio, musica, lingua straniera, disegno… Insomma, tante attività bellissime e sicuramente utili, ma che forse passano in secondo piano l’importanza dello stare, e non del fare, con i propri figli. Impariamo a stare insieme anche senza avere sempre a disposizione strumenti accessori, ma con noi stessi come primo strumento.
Baciare: beh, quanti baci si danno ai bambini? Quanto li si brama quei bacetti, quelle dimostrazioni di affetto, quel contatto così vicino e dolce? Ma ci chiediamo mai quanto sia intimo un bacio e quanto noi adulti scegliamo con cura a chi darlo? Ricordiamocene quando insistiamo che nostro figlio baci la vecchia zia mai vista, o l’amico di famiglia con la barba ispida, ricordiamoci cosa gli stiamo chiedendo, pensiamoci un attimo se è il caso di arrabbiarsi perché non vuole farlo. E magari troviamo un compromesso che rispetti la nostra voglia che il piccolo dimostri affetto verso qualcuno e la sua voglia di concedere la sua cosa più preziosa a chi non sente così vicino. Non si può mandarlo con la manina da lontano quel bacio?
Lettera: nell’era multimediale le lettere non esistono più, ci sono le e-mail, ma il nostro gioco non si è ancora aggiornato, pensa ancora in termini di carta-e-penna. Ma il senso e il contenuto non cambia, le lettere si scrivono agli amici lontani per mantenere un contatto, per raccontare di sé, per sapere come stanno. Gli amici vanno coltivati, non sottovalutiamone l’importanza, né per noi né per i nostri figli. Gli amici vanno rispettati e vanno scelti, ognuno sente con chi vuole condividere un pezzo di vita. In ogni caso stare con gli altri fa bene. E se non abbiamo tempo di vedere le nostre amiche, mamme, non lasciamo che si dimentichino di noi, scriviamo lettere, mail, bigliettini per piccioni viaggiatori, ciò che preferite, ma teniamole strette.
Testamento: perché in un gioco per bambini c’è il riferimento alla morte? Perché ogni cosa comincia e finisce e l’idea della morte è più che altro l’idea delle cose che ad un certo punto della propria vita bisogna lasciare. Perché è giusto così, anche quando fa un po’ male. Quindi prima o poi il ciuccio va lasciato, il lettone abbandonato, la sicurezza di casa lasciata ad aspettare nelle ore di scuola. E non si possono togliere ai figli le piccole sofferenze che li aiutano a crescere, sono loro essenziali. Si può stare vicino e accogliere i sentimenti che portano con sé, anche se brutti e difficili, lasciando però che la vita faccia il suo corso.

domenica 30 settembre 2012

Il primo giorno di scuola

Che sia il primo giorno di nido, di materna, di elementari, di medie, di superiori, di università, perfino il primo di lavoro del proprio figlio, per una mamma è sempre un momento immensamente emozionante. Quante paure, quanti pensieri, quante gioie si intrecciano!
Poco cambia che il piccolo abbia due, dodici o vent’anni… per la sua mamma è sempre un momento di riflessione.
Ci si chiede come starà lontano da noi, ci si preoccupa che trovi persone che lo capiscano e lo accolgano bene, ci si chiede se sia effettivamente pronto per quel passo… E si aspetta col cuore in gola che torni a casa.
E forse il pensiero torna al passato, indugia sulla nostalgia, e viene un po’ da chiedersi come abbia fatto il tempo a scorrere così veloce. Quando è successo? Quando ha smesso di piangere perché non mi vedeva? Quando ha smesso di aver bisogno della fiaba della buonanotte? Quando ha smesso di rifugiarsi tra le mie braccia per un lieve spavento?
Da quando non sono più tutto il suo mondo?
È difficile abituarsi a un figlio che cresce, perché ci si riabitua anche un po’ a se stesse.
Ogni primo giorno di scuola si riacquistano parti di sé, imparando che il proprio mondo, seppur fortemente intrecciato, è distinto da quello del proprio figlio e questo è un’immensa ricchezza.


giovedì 27 settembre 2012

Spazio 0-12 mesi, mamma-bambino

Care mamme,
da giovedi prossimo, 4 ottobre 2012, presso il centro Primomodo Bergamo, a Bergamo in Viale G.Cesare, cominceremo il percorso di accompagnamento alla neo-maternità.
Con il gruppo che si creerà ci incontreremo una volta alla settimana, sempre di giovedi, dalle 10:30 alle 12:00 e affronteremo insieme i temi che più stanno a cuore alle neomamme: le difficoltà di questa esperienza, il sonno dei piccoli, la coppia dopo il parto, l'allattamento e lo svezzamento, i bisogni del neonato e dei suoi genitori...
Sarà un'esperienza ciclica, aperta a tutte coloro che vogliano confrontarsi e trovare/ricevere sostegno in questa particolare fase di vita, in cui è fondamentale non sentirsi sole.
Vi aspetto!
Per qualsiasi informazione
Centro Primomodo Bergamo tel: 035.077.01.06


lunedì 27 agosto 2012

Attenti al cane!

Sì, attenti al cane: prestate attenzione al vostro cane, non è un giocattolo per bambini.
Avere un cagnolino per casa è per i bambini un’esperienza meravigliosa e arricchente perchè insegna loro a prendersi cura di un essere vivente, non li fa sentire soli, regala loro momenti di affetto smodato e di amore incondizionato, li accompagna passo dopo passo nella crescita. Letteralmente proprio: ho in mente una bimba che ha imparato a camminare tenendosi in equilibrio con la coda del proprio labrador, il quale con infinita pazienza le faceva da supporto, passo dopo passo.
Il cane è un animale speciale, un amico fidato, un compagno di giochi instancabile. Ma è un essere vivente e dipende completamente dal suo padrone, si fida di lui, si affida a lui. È facile fare male a un cane, lui spesso non reagisce, è troppo l’amore che prova.
I bambini, a volte, non riconoscono al cane il rispetto che merita: lo trattano come un pupazzo, gli tirano le orecchie, lo percuotono senza ragione, anche solo per sfogare un po’ di aggressività.
Non permettetelo: non solo perché non è giusto visto che il cane non è un pelouche, ma anche perché passereste un pessimo messaggio ai vostri figli. I bambini devono imparare ad avere rispetto e delicatezza verso i più deboli, perché non tutto è un gioco di forza; devono imparare che chi dipende da loro ha bisogno di cure e di affetto, perché non si è circondati solo da strumenti; devono imparare che ognuno ha i suoi spazi e le sue esigenze, anche il cagnolino, perché non siamo il centro del mondo e non esistono solo i nostri bisogni.
Un cane può insegnare tanto ad un bambino e, se poste le corrette premesse, può essere un amico indimenticabile.
 
 

lunedì 13 agosto 2012

Qui non si tocca!

Come si fa a spiegare ai bambini che esistono i mostri, quelli veri, con sembianze umane, quelli che chiamiamo pedofili? Come si insegna ai bambini ad averne paura e a proteggersi, senza per questo che si sentano terrorizzati da qualsiasi sconosciuto?
È sicuramente molto difficile e delicato come argomento, anche perché implica rivelare ai bambini una triste verità: al mondo ci sono persone cattive che possono fare tanto male senza che chi lo subisce abbia alcuna colpa.
Un tempo si usava dire ‘non accettare caramelle dagli sconosciuti’. Ma se poi sconosciuti non sono? Se è l’educatore, il prete, l’insegnante, il vicino di casa, lo zio… beh allora il problema si complica.
E non si può certo dire ‘non fidarti di nessuno che non siano mamma e papà’ perché al mondo ci sono più di sei miliardi di persone e il nostro bambino sicuramente potrà vivere incontri bellissimi con qualcuna di esse.
Si deve insegnare ai bambini, fin da piccoli, la regola del ‘qui non si tocca’. È semplice e può essere compresa già da poco dopo l’anno di età.
Si tratta di insegnare ai bambini che la patatina e il pisellino, così come il culetto e il pancino sono posti che possono toccare solo mamma e papà e che negli altri non si possono proprio toccare, neanche se ce lo chiedono.
Si dice ai bambini che a volte i grandi chiedono ai bambini delle cose, per gioco, che però sono cattive e non devono essere fatte. E se succede che qualcuno prova a toccare proprio lì, o si fa toccare proprio lì, nella zona ‘qui non si tocca!’, beh allora bisogna dirlo subito a mamma e papà, così che possano capire cosa è successo.
E non si deve per niente avere paura, perché la mamma e il papà sono grandi e capiscono se è davvero un gioco o una cosa sbagliata, e perché nessuno può spaventarci dicendo che ci farà cose brutte, perché la mamma e il papà sono i più forti e ci difenderanno sempre.


domenica 5 agosto 2012

Non si beve e non si fuma in gravidanza!

Care future mamme, 
oggi sono proprio un po’ arrabbiata e voglio dirvi un paio di cose importanti.
Ho visto di recente future mamme, con un bellissimo pancione di una gravidanza avanzata, bere vino all’aperitivo o fumare sigarette in un’uscita con gli amici.
Non si fa!
Ci sono cose che potenzialmente danneggiano il bambino in maniera gravissima e il fumo e l’alcol sono le principali. Perché non si possono evitare?
La dipendenza, soprattutto dalle sigarette, è molto difficile da debellare, certo; ma pensate a questo: mettereste una sigaretta accesa in bocca a vostro figlio appena nato? Perché è questo che state facendo quando fumate in gravidanza.
E non ditemi che sono solo una o due al giorno, perché vi ripropongo la stessa questione: fareste fumare al vostro bimbo nella culla una sigaretta, tanto è solo una e un pacchetto farebbe molto peggio?
Pensateci mamme, ve lo chiedo per favore; i polmoni del vostro piccolo respirano grazie a voi nel pancione, sono parte dei vostri, volete veramente che del catrame vi si depositi?
Per quanto riguarda l’alcol il discorso è simile: mettereste nel biberon del vostro neonato un bicchiere di vino? Perché è questo che state facendo quando bevete in gravidanza.
E lasciate perdere tutte quelle stupide dicerie secondo cui ‘tanto un solo goccio non fa male a nessuno’… Chiedete a chi vi obietta così se mai darebbe al proprio figlio neonato del vino mischiato al latte.
Portare avanti la gravidanza è una scelta, che comporta anche rinunciare a una parte di sé stessi per regalarla al bambino che verrà al mondo.
E ne vale la pena, fidatevi.




www.spazioallemamme.it

domenica 22 luglio 2012

Ma che carattere avrà il mio bambino?

Ogni bambino che nasce porta in sé già tracce di quello che si rivelerà essere il suo carattere e i genitori poco alla volta imparano a conoscerlo. Quando un bimbo incontra il mondo che lo circonda reagisce ad esso in modo peculiare, a seconda di ciò che lo colpisce di più.
Già nel pancione c’è chi si agita e chi sta tranquillo, chi si tiene una manina sul viso e chi si succhia il dito. Sono tutti tratti di personalità che, lentamente, prendono forma.
Per questo bisogna darsi tempo di conoscere il proprio figlio quando nasce; lo si immagina uguale a sé, con le stesse inclinazioni, oppure ci si augura che sia diametralmente opposto e non erediti quelli che sono percepiti come i propri difetti.
Ma lui sarà unico e speciale, troverete delle somiglianze e delle differenze con voi, ma non sarà mai la copia di nessuno: questo è fondamentale.
A voi spetta il grande compito educativo. Esso non è teso a modificare il carattere o la personalità, ma a insegnare al bambino come vivere nel mondo proprio partendo da quelle caratteristiche. Dovrete insegnare al vostro bambino come la sua libertà si debba intersecare con quella dell’altro, come si ama e si rispetta, come si può stare bene nel mondo non rinunciando a sé stessi.
Mi sento chiedere così spesso se è colpa dei genitori per ciò che diventano i figli… Io credo che non si possa parlare di colpe per nessuno. La genetica fa la sua parte e l’ambiente la propria. Spesso è una congiuntura d’eventi che crea il disagio; alcuni di questi eventi sono prevedibili, altri no.
Certo è un arduo compito crescere un figlio e non si può fare tutto perfettamente, anche perché sarebbe dannoso: un genitore deve poter sbagliare, così da dimostrare al proprio bambino che nessuno è perfetto e che l’importante non è non commettere errori, bensì riconoscerli e cercare di porvi rimedio.


lunedì 2 luglio 2012

Raccontami una storia

Si, mamma, papà, inventa una storia, una storia tutta per me, su misura per la mia fantasia, una storia in cui io, il tuo bambino, possa riconoscermi nei personaggi e possa fare finta di vivere avventure incredibili standomene nel mio lettino.
La tua storia mi farà provare emozioni speciali, anzi, me le farà scoprire.
Recitala la mia storia, mamma, papà, fammi sentire che anche per te è bello quando me la racconti; siamo solo noi, non devi vergognarti o sentirti in imbarazzo, per me sei meglio di qualsiasi cartone animato!
Le tue storie non devono essere per forza lunghe e complesse, non serve, basta una trama facile facile, così che io la possa capire; ma mi raccomando, deve sempre esserci il lieto fine, è una condizione insindacabile.
Io me ne ricorderò da grande mamma, non dubitarne papà, mi ricorderò quando sgranavo gli occhi per le avventure di quella formichina, o di quel cagnolino, o di quella principessa… mi ricorderò il cuore che ci mettevi per inventare qualcosa che fosse solo nostra, un universo creato su misura per noi.
Io imparerò da quelle storie molto più di quanto tu creda, anche se ti sembreranno banali o scontate; imparerò i valori che inevitabilmente mi passerai dalle tue parole, anche inconsapevolmente, ma soprattutto imparerò che si può essere contemporaneamente nella propria cameretta e nel mondo fantastico dove troverò rifugio quando sarò un po’ triste o in difficoltà.
Raccontami una storia e mi farai felice.
 
 

lunedì 25 giugno 2012

Ma che cos'è l'autismo?!

Oggi care mamme sento il bisogno di fare chiarezza su un punto importante, che così spesso preoccupa i genitori dei piccoli e di cui si sente sempre più parlare ma in maniera poco comprensibile.
Il tema in questione è l’autismo, sindrome che si manifesta nei primissimi anni di vita e di cui hanno parlato, magari un po’ romanzando, molti film e diversi libri.
L’autismo è un disturbo dello sviluppo che colpisce circa 10 bambini su 10.000. La maggior parte delle diagnosi viene effettuata quando il bambino ha già più di quattro anni, ma è importante invece che possa essere stabilita prima così da poter iniziare precocemente programmi riabilitativi sfruttando la plasticità della mente dei piccolissimi. Il recupero a quel punto può essere davvero significativo.
I sintomi che i genitori più frequentemente mi riportano come segnali che li hanno insospettiti, ma a cui per mesi e mesi non hanno dato troppo peso sono:
- stranezze nella comunicazione (ad esempio il bambino ripete ossessivamente sempre lo stesso suono, o tarda significativamente a parlare, o comunica prevalentemente tramite suoni prodotti con la bocca e la lingua che non sono parole, dopo 15-18 mesi),
- mancanza di gioco simbolico (cioè il bambino è incapace di giocare a fare finta di telefonare, mangiare, cucinare, lavorare come il papà…),
- assenza di imitazione (il bambino non imita nessuna azione propostagli in forma di gioco),
- sguardo sfuggente (il bambino non guarda mai o quasi mai negli occhi l’interlocutore, mamme e papà compresi),
- manierismi nei movimenti di mani e dita (movimenti senza scopo, ripetuti continuamente e senza apparente senso),
- reazioni insolite a suoni o luci lampeggianti (fissazione sulle luci che necessita dell’interruzione da parte dell’adulto, estremo fastidio per suoni leggermente più forti del normale),
- strane posture assunte (che vi sembrano scomode e innaturali),
- scarsa o assente ricerca di contatto fisico,
- apparente disinteresse per numerose varietà di stimoli. 
Chiaramente questi sono alcuni indicatori che presi singolarmente non hanno nessun valore, ma che vi devono insospettire se si presentano in combinazione.
Se foste preoccupate mamme, nessun allarme: chiedete una visita in neuropsichiatria infantile e parlate loro dei vostri dubbi. Meglio fugarli con un percorso di valutazione che tenerli per sé.
Anche perché per il vostro bimbo sarà un gioco divertente affrontare le prove che gli verranno proposte.



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lunedì 18 giugno 2012

Vivere i distacchi

La vita di ognuno di noi prevede che prima o poi si debbano affrontare distacchi e separazioni.
Il primo grande distacco è quello che il bambino e la sua mamma vivono all’atto della nascita: non sono più una cosa sola, un corpo solo, ma diventano improvvisamente due persone separate. Il dolore fisico del parto porta con sé anche il dolore emotivo dell’allontanarsi.
I nove lunghi mesi che precedono questo evento servono al pensiero delle mamme per prepararsi a stringere tra le braccia qualcuno che è cresciuto dentro di loro, grazie a loro e che le ha accompagnate ovunque.
Quando il proprio figlio nasce la gioia si accompagna alla malinconia: quel cucciolino che prima era solo nostro ora è di tutti e soprattutto di sé stesso; quanta fatica allontanarsi, quanta solitudine quando si resta sole.
Mamme, imparare a vivere i distacchi è importante, perché essi sono momenti di crescita sia per i piccoli che per voi. Solo allontanandosi si può capire che si sta bene insieme.
Il parto è il primo di questi momenti, ma ce ne sono sempre di nuovi dopo di esso: la fine dell’allattamento permette ai bambini di provare nuove sensazioni apprendendo nuove autonomie e permette a voi maggiore libertà di movimento, anche se vi mancherà quel contatto così intimo.
L’inizio del nido, o della scuola materna, permette ai piccoli di stare con i loro coetanei e costruire le prime amicizie e permette a voi di occuparvi con più serenità di tutto ciò che avevate dovuto accantonare per un po’, anche se vi sembra di sentire il vostro bimbo così lontano per tutta la giornata.
Insomma, gli allontanamenti e i distacchi sono fisiologici e salutari, per questo più sono vissuti con serenità meno saranno dolorosi. Ogni momento di passaggio chiude sì una fase di vita che sicuramente vi mancherà, ma apre a nuove emozioni ed esperienze e rafforza il rapporto che avete con il vostro bimbo.
Pensate a questo: per guardarsi negli occhi non si può essere la stessa persona, per mandarsi un bacio che vola non si può essere abbracciati, per corrersi incontro non si può essere già vicini, per sentire la mancanza dell’altro non si può essere nello stesso luogo.
 
 

lunedì 28 maggio 2012

Le tappe di sviluppo del bambino: lo sviluppo cognitivo

Abbiamo visto insieme come si sviluppino alcuni tra i primi gesti e movimenti dei bambini nel corso del primo anno di vita; tale acquisizione di capacità è resa possibile perché basata su un parallelo sviluppo dell’intelligenza.
L’abilità cognitiva del piccolo gli permette, nel graduale corso delle settimane e poi dei mesi, di dare un significato diverso ai gesti che gli suggerisce l’istinto. Ciò consente al bambino di comunicare molto prima che il linguaggio si sviluppi, perché riesce a coinvolgere l’adulto sollecitando la sua attenzione.
Un esempio importante di questa capacità, che matura all’incirca intorno ai sei mesi, è il pointing cioè l’uso del ditino per indicare un oggetto o un’immagine. Quando i bambini cominciano ad indicare il loro universo si apre, anche perché questa conquista si integra con la capacità di osservare il mondo circostante. Inoltre il bimbo impara in fretta quando quel suo gesto sia valorizzato (pensiamo alla gioia di assecondare il suo interesse e insegnargli il mondo) e quindi è incentivato a metterlo in pratica, apprendendo a utilizzarlo anche per richiedere all’adulto ciò che vuole e che in quel momento non è alla sua portata.
Sempre intorno ai sei mesi il bambino dimostra di riconoscere i volti familiari e riserva alle persone che lo circondano più spesso peculiari manifestazioni d’affetto. Questo è fonte di gratificazione per tutti coloro che ruotano intorno al piccolo, i quali si sentono finalmente riconosciuti da lui e, quindi, un po’ speciali.
La naturale conseguenza di questa capacità di distinguere le persone che lo circondano sfocia, all’incirca all’ottavo mese di vita, nella cosiddetta angoscia dell’estraneo. Si intende con quest’espressione quella fase di vita in cui, anche il bambino più socievole e tranquillo, si agita e piange quando per esempio viene preso in braccio da qualcuno che non sia la sua mamma o il suo papà. Spesso i genitori si allarmano per questo comportamento, cercandone le cause in un possibile piccolo trauma, ma è assolutamente normale e, anzi, molto importante; solo così il bambino può sperimentare sia la possibilità della mancanza di chi lo accudisce, sia la certezza del suo ritorno, imparando gradualmente a tollerare la frustrazione e a cercare nuovi mezzi di consolazione. Qui il piccolo inizia, anche se sembra una contraddizione, a essere più autonomo e si abitua a sentirsi un individuo che può, per breve tempo, separarsi dalla sua mamma.
Fondamentale conquista del primo anno di età è il gioco simbolico, cioè la capacità di giocare a fare finta: i piattini giocattolo diventano pieni di cibo immaginato che il bambino trionfalmente offre all’adulto; la bambola diventa un piccolino da accudire; il pelouche un cagnolino vero da portare a spasso con il guinzaglio. Il mondo della realtà e della concretezza lascia un po’ di spazio finalmente alla fantasia.


lunedì 21 maggio 2012

Le tappe di sviluppo del bambino: lo sviluppo motorio

I cuccioli umani, rispetto a quelli delle altre specie, sono tra i più immaturi quando vengono al mondo. Essi hanno totale e assoluto bisogno dell’accudimento di un adulto, senza il quale non possono sopravvivere.
Lo sviluppo dei bambini, soprattutto nel primo anno di vita, è quindi sorprendente e avviene a ritmi serrati; certo, il tempismo con cui ogni bambino matura le tappe principali è peculiare, infatti la tempistica è assolutamente approssimativa, ma ogni bambino passerà da alcune grandi acquisizioni di base, prima o poi.
Per quanto riguarda lo sviluppo motorio il bambino nasce con l’assoluta incapacità di sorreggersi; egli deve essere tenuto in braccio o adagiato su un supporto, non può ancora tenere il capo sollevato autonomamente perché i suoi muscoli del collo sono troppo fragili.
Dai primi istanti dopo la nascita però si nota un riflesso importante che i piccoli conservano fino a quando sviluppano il comando volontario dei propri movimenti: è il grasping, o riflesso di prensione, ed è quel riflesso che permette al bimbo di stringere forte con la sua piccola manina il nostro dito quando gli solletichiamo il palmo. È un riflesso che evoca una grandissima tenerezza, perché ci fa sentire indispensabili e ci permette di capire tutto il bisogno che quel piccolo cucciolo ha di essere accudito.
Già dalle prime settimane di vita, inoltre, i bimbi nel sonno sorridono. Tale sorriso non è ancora intenzionale ma è la manifestazione di una condizione di benessere interno, un po’ come il pianto è la manifestazione di un senso di malessere.
Il sorriso intenzionale, chiamato anche sorriso sociale, compare genericamente intorno alla fine del secondo mese: è un avvenimento incredibilmente emozionante, ci si sente finalmente riconosciuti da quel piccolino che fino a quel momento non aveva potuto dare grandi risposte ai nostri tentativi di interazione. E i sorrisi più belli sono sempre per la mamma.
Verso il quarto mese di vita il piccolo impara anche a mantenere il capo eretto, senza più bisogno di sostegno: è una conquista fondamentale che gli permette di guardarsi intorno e seguire con gli occhietti ciò che più suscita la sua attenzione.
Un ulteriore passo in avanti avviene intorno i sette mesi, quando si ha la conquista della capacità di stare seduti da soli, che permette di interagire con gli oggetti che si hanno di fronte e di cominciare a giocare.
Verso l’anno di età, infine, la tappa dello sviluppo motorio più ambita: la capacità di camminare. Nella maggior parte dei bambini essa è preceduta dal gattonamento, ma non è assolutamente detto che sia così. Il piccolo ora può finalmente esplorare il mondo come più lo aggrada, può arrivare dove desidera e, soprattutto, può tornare di corsa dalla sua mamma quando ha tanta voglia di un abbraccio.


lunedì 14 maggio 2012

L'incontro

La nascita di un bambino è fondamentalmente un incontro: per la prima volta la mamma abbraccia il suo piccolo e il bimbo riconosce la sua mamma.
Dal concepimento sono ormai passati mesi, durante i quali, piano piano, nella testa della mamma si è formata l’immagine di suo figlio: lei si guarda il pancione e vede già il bimbo, ne delinea i tratti del viso, ne intravede la forma delle mani, disegna i suoi piedini.
L’attesa è il periodo dell’immaginario; il bambino che cresce dentro la pancia della mamma si sviluppa piano piano anche dentro la sua testa.
Quando viene il momento del parto, però, la realtà entra prepotentemente in scena: il dolore accompagna il passaggio alla vita e, in qualche modo, è già uno shock. Ed è qui che avviene il primo vero incontro, spesso difficile.
La mamma, finalmente, si trova tra le braccia il piccolo tanto aspettato e non lo riconosce: le sembra brutto, spesso, e il suo visino corrugato non esprime propriamente la gioia di essere venuto al mondo. Ma è fondamentale pensare che la nascita, per un bimbo, è un avvenimento traumatico perché lo catapulta in un mondo di bisogni che fino a quel momento non ha mai percepito. È quindi normale che egli, anche nell’aspetto, dimostri tutta la fatica di un passaggio epocale.
Per la mamma la fatica dell’incontro con il bambino reale, che è inevitabilmente diverso da quello immaginato, arriva al rientro a casa, quando si trova a tu per tu con il nuovo esserino che le sconvolge i ritmi e i pensieri.
La maggior difficoltà sta nella pazienza di conoscersi passo dopo passo, di imparare ad amarsi e a capirsi. Un neonato è dispotico ed egoista, chiede il totale asservimento a sé e la mamma si trova a non capacitarsi di come le sue fantasie potessero essere tanto rosee e lontane dalla concreta realtà.
Ma non spaventatevi mamme, sono solo le prime settimane, dovete darvi il tempo di abituarvi a questa nuova fase di vita; vi renderete conto giorno per giorno che affinerete la sensibilità ai bisogni del vostro bimbo, che lo capirete sempre più e sempre meglio, che smetterete di sentirvi una cattiva mamma perché non riuscite a interpretare il pianto, disperato, del vostro piccolo.
Dovete avere tanta pazienza, quella che vi si è allenata nei nove mesi di attesa; dovete darvi il tempo di innamorarvi del vostro piccolo e di sentire il suo totale e devoto amore per voi.
 
 

mercoledì 25 aprile 2012

L'inizio della scuola materna

La frequenza di una scuola dell’infanzia non è più semplicemente un fatto di organizzazione il più possibile piacevole del tempo extrafamiliare dei bimbi. I bambini da tre a sei anni iniziano un vero e proprio percorso formativo, che implica da parte loro un impegno fino a quel momento non richiesto e una presenza più assidua. Con la scuola dell’ infanzia si apre un meraviglioso mondo di incontri, riunioni, confronti, feste, che non riguarda solo il bambino, ma anche e soprattutto i suoi educatori primari, i genitori.
Per chi ha già vissuto il momento del distacco con il nido il problema forse si pone in maniera minore, se non altro perché la mamma è già abituata a lasciare il proprio figlio con un’estranea (o comunque qualcuno che non siano i nonni o la babysitter, ma una struttura con più bambini e più educatrici).
Infatti, il momento del distacco spesso è qualcosa che devono superare per primi i genitori, per rassicurare il bambino ed evitare di trasmettergli la loro ansia.
Nei suoi primi anni di vita il bimbo ha già affrontato dei piccoli distacchi, ad esempio quando ha abbandonato la tetta o il biberon, quando è stato lasciato dai nonni o con la babysitter, o più semplicemente tutte le sere quando si addormenta (per un bambino dormire equivale a chiudere gli occhi sul mondo che gli è familiare, con l’incertezza di ritrovarlo sempre uguale al suo risveglio).
L’asilo rappresenta però il primo vero passo verso l’indipendenza dai genitori, si tratta di inserirsi in un ambiente nuovo, con figure di riferimento nuove e con regole e orari da rispettare. E il modo migliore perché il bambino si inserisca bene in questa nuova routine è prima di tutto quello di trasmettergli la propria fiducia e il proprio entusiasmo. I bambini sono come sonar, captano immediatamente se la mamma è ansiosa o triste e reagiscono di conseguenza spaventandosi: “La mamma non è tranquilla, quindi c’è qualcosa che non va”.
La vostra serenità è la loro serenità; scegliete la scuola materna che si confà maggiormente alle vostre esigenze e lasciate i vostri bambini a godersi questa nuova fase della loro vita.


martedì 10 aprile 2012

Giochiamo nella stessa squadra

Quante volte le discussioni tra partner nascono da un diverso punto di vista sull'educazione dei figli?
E quante volte questo diventa una difficoltà aggiuntiva nel mantenere la coerenza con l'input dato?
La mediazione è una strada senza dubbio in salita, ma è la via che premia. Se i bambini, o i ragazzi, sentono che il parere dei loro genitori è unanime, ne percepiscono sicurezza e contenimento; non hanno margine di strategia che, anche se in prima battuta sembra agevolarli, a lungo andare li danneggia.
Trovare un punto di equilibrio tra opinioni diverse è molto faticoso, soprattutto quando si tratta di decisioni importanti e sentite come quelle che riguardano i propri figli. Ognuno è convinto della propria posizione e sente che nel mantenerla è in gioco il benessere di chi ama.
Ricordiamoci però che le decisioni prese hanno senso e valore solo se portate avanti con coerenza giorno dopo giorno; generano cambiamento solo se sono pensate ed elaborate; aiutano nella crescita solo se sono portate avanti con la serenità di aver fatto un tentativo sentito come possibilità di miglioramento.
Riuscire a scegliere una via comune tra i due genitori garantisce tutto questo, fa sentire i figli sostenuti, li rassicura perchè non li fa sentire adulti prima del tempo.
Provate a cercare una soluzione insieme, ad ogni problema; a volte uno di voi due dovrà cedere per lasciare spazio al tentativo dell'altro, altre volte troverete un compromesso.
Ma statene certi, ne beneficerete tutti.


lunedì 9 aprile 2012

Quando si diventa papà

I nove mesi di gravidanza servono per far nascere un bambino ma servono anche ai genitori, soprattutto ai papà, per capire quale sarà il loro ruolo futuro e prepararsi adeguatamente. In questo percorso di formazione le mamme sono sicuramente avvantaggiate dalla natura che dà loro, fin dai primi momenti dopo il concepimento, forti sensazioni fisiche, unite a piccoli e grandi cambiamenti di stato d’animo che consentono una quasi naturale comprensione di che cosa stia loro succedendo e che cosa saranno chiamate a fare.
I papà invece, dal punto di vista fisico, non "sentono" nulla. Tutto quello che succede lo possono intuire dai cambiamenti della loro partner, lo possono immaginare nella loro mente, lo possono elaborare grazie allo scambio emotivo con la futura mamma.
Il ruolo del papà, quindi, nel primo periodo dopo il concepimento è frutto di una costruzione mentale e può essere la somma dell’appagamento delle aspettative di uomo, della realizzazione di un progetto e di un sogno costruito con la propria partner, della consapevolezza di acquisire uno status sociale di maggiore responsabilità e autorevolezza. Proprio per questa complessità di fattori è possibile che ci siano papà molto lenti ad entrare nello stato d’animo necessario ad accogliere un bimbo.
Proprio come i neonati si devono adattare ai vari aspetti del mondo esterno, in primis ai loro genitori, anche questi ultimi dovranno adattarsi al bambino appena arrivato. Nella maggior parte dei casi, è un momento di grande felicità; ciononostante, molte coppie possono sperimentare stress di vario genere, in modo particolare con il primogenito.
In tutto questo panorama gli uomini diventano padri in un senso biologico, ma non sempre eseguono quegli aggiustamenti psicologici e comportamentali necessari ad assumere pienamente il loro ruolo. L’essere padre comporta una serie di responsabilità diverse da quelle del marito e richiede degli impegni ulteriori. Questo cambiamento ha degli effetti sulle priorità, le scelte e il comportamento nella vita quotidiana. È un processo che richiede del tempo. Essere padre è un ruolo che gli uomini maturano crescendo. La transizione verso la paternità è un momento di grande svolta nella vita di un uomo. Se l’uomo è disposto ad entrare in questo rapporto con i figli, diventa uno dei cambiamenti più grandi nella sua vita e nel suo sviluppo come persona.


sabato 7 aprile 2012

La fatica di dire di no

Una tappa fondamentale nello sviluppo di un bambino è la maturazione della capacità di dire di no: è una prima affermazione di sé ed è essenziale al piccolo per poter cominciare a scegliere i suoi stimoli preferiti.
Allora, se nel nostro sviluppo è così importante quest'acquisizione, perchè noi adulti facciamo così fatica a dire di no ai nostri figli?
Le scenate al supermercato per qualcosa che vogliono comprare, le urla al parco perchè non vogliono andare a casa, i pianti disperati per rimanere alzati a guardare la tv quando è ora di dormire... ci spaventano e ci inibiscono.
A volte pensiamo che pur di farli smettere accetteremmo qualsiasi cosa, altre volte che non ci sembra corretto frustrarli visto che la vita è già abbastanza dura di per sé.
Il nostro modo di reagire alle proteste di un bambino è spesso influenzato dai sentimenti che proviamo quando non possiamo avere quello che vogliamo, o quando dobbiamo affrontare la protesta, l’ira, la delusione o l’insistenza di un’altra persona. La maggior parte dei genitori sopporta a fatica l’insoddisfazione e il pianto del figlio: il pianto li fa soffrire e vogliono intervenire per placarlo, ma spesso non sanno come fare e aspettano che sia il bambino a comunicare loro in qualche modo la soluzione.
È in momenti come questi che i genitori devono prendere le distanze dal figlio, per poter distinguere i propri sentimenti e le proprie sensazioni dai suoi, devono pensare per conto proprio e non cercare la guida del bambino.
La frustrazione utilizzata in modica quantità ha un valore strutturante per il bambino sul piano mentale, il genitore che accontenta in tutto e per tutto il bambino, addirittura prevenendone i desideri e evitando qualsiasi frustrazione, corre il rischio di privarlo di un esperienza fondamentale. Il prevenire sempre i desideri del bambino finisce per essere infatti per lui un’esperienza che gli impedirà due cose: la mentalizzazione di un bisogno insoddisfatto che gli possa creare una certa dose di disagio e, secondariamente, la spinta all’utilizzo delle sue stesse risorse per uscire da questa esperienza di disagio. Sarà invece la scoperta delle sue stesse risorse che lo renderà sempre più sicuro. È evidente che non stiamo parlando del neonato che ha invece la necessità di un accudimento completo e totale, si parla al contrario del bambino che cresce nel tempo sperimentando la sua conoscenza dell’ambiente.


venerdì 6 aprile 2012

Quando una mamma è in attesa...

Chiamare mamma colei che non ha ancora partorito può sembrare una contraddizione di termini; ma avere un bambino in grembo rende già madri.
Ci si sente stanche e forti, preoccupate e invincibili, sole e intimamente unite a qualcuno, impotenti e determinanti. Si, perchè la gravidanza è un percorso caratterizzato dalle contraddizioni, la prima fra tutte è data dall'essere contemporaneamente una e due.
Ma l'incontro, quando il bambino nascerà, sarà in ogni caso con uno sconosciuto: bisogna darsi il tempo di conoscersi a vicenda, di affinare giorno per giorno la comprensione reciproca. Questo può spaventare molto e generare ansie e preoccupazioni, anche eccessive.
I pensieri negativi ci sono e sono normalissimi; certo, ci fanno sentire cattivi e insensibili ma soprattutto incompresi. Questo perchè è così difficile quando tutti ci fanno i complimenti e si immaginano gioie dietro ad ogni angolo poter affermare che spesso è la fatica che fa da padrona e che per la gioia servono energie che non si trovano.
Non reprimete quei pensieri, non nascondeteli così bene da renderli introvabili; condivideteli con qualcuno di cui vi fidate, si ridimensioneranno e faranno meno paura.
Il bambino in grembo esiste già nella mente dei suoi genitori, soprattutto della sua mamma; egli è immaginato e fantasticato, a volte temuto. È importante parlarne con qualcuno, con il partner, con i propri cari, con un'amica: condividere le fatiche e i pensieri negativi permette loro di diventare più gestibili e controllabili.




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